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mercoledì 18 marzo 2015

Il contesto storico del film “Il segreto di Italia” e l’eccidio di Codevigo

La locandina ufficiale del film


Non si pretende di sintetizzare in poche righe un fenomeno complesso come la guerra civile in Italia, ma quantomeno di dare un piccolissimo sguardo su essa prendendo spunto da alcuni eventi.

Codevigo è un comune di quasi 7000 anime in provincia di Padova, in Veneto. Un piccolo centro sconosciuto alla quasi totalità degli italiani, non essendo una città, eppure è arrivato sotto i riflettori per merito del film di Antonello Belluco.

La storia ha fatto capolino a Codevigo, non solo per la sua genesi ed esistenza, ma anche perché fu teatro di uno dei fatti più tragici verificatisi sul finire della Seconda Guerra Mondiale, conosciuto come eccidio di Codevigo, in cui furono assassinate 136 persone (1), ma ci sono cifre contrastanti in merito.

Di eccidi la storia purtroppo è piena e sicuramente ve ne sono stati di ben più gravi, ma questo in particolare suscita interesse perché tra i più recenti in Italia, nel contesto della guerra civile, di fatti tra le vittime ci furono molti membri della Guardia Nazionale Repubblicana, la “polizia” della Repubblica Sociale Italiana, delle Brigate Nere e civili. Non solo membri dell’apparato statale fascista, ma anche coloro che venivano sospettati di simpatie e legami con esso, il tutto con processi sommari ed illegittimi. Tale crimine, perpetrato tra la fine di Aprile e il Maggio del 1945 (c’è chi dice anche Giugno) si verificò a guerra praticamente conclusa (le forze tedesche e repubblicane in Italia si arresero ufficialmente il 3 Maggio 1945).

I responsabili di tale atto furono i membri della 28a Brigata Garibaldi “Mario Gordini”, formata da partigiani e comandata dal comunista Arrigo Boldrini, detto “Bulow”, e il gruppo di combattimento “Cremona”,  facente parte dell’esercito regio italiano cobelligerante a fianco degli Alleati, tutti inquadrati alle dipendenze dell’Ottava Armata Britannica.

Accusati di indicibili torture e sevizie, oltre che di omicidio, tra le quali spiccano quelle su Mario Bubola, figlio del podestà fascista di Codevigo, a cui “cominciano a segargli il collo con del filo spinato, finché la vittima non sviene. Allora provvedono a farlo rinvenire, gettandogli in faccia secchi di acqua fredda. Ma il Martire non cede e grida ancora la sua fede in faccia ai carnefici. Allora provvedono a tagliarli la lingua che gli viene infilata nel taschino della giacca. Quindi, quando la vittima ormai agonizza, gli recidono i testicoli e glieli mettono in bocca” (2). L’accusa? Essere figlio di un fascista, nessun crimine concreto attribuibile al ragazzo.

Altro episodio raccapricciante è quello su Corinna Doardo, maestra di scuola, “una fascista, però non fanatica, piuttosto un'ingenua. Figuratevi che il 21 aprile 1945 aveva voluto celebrare per l'ultima volta il Natale di Roma, con tutto quello che stava succedendo, il fronte a un passo da Codevigo, gli inglesi e i partigiani che erano lì per arrivare. Un suo fratello, che abitava a Piove di Sacco, le aveva detto: 'Corinna, vai via da Codevigo'. Ma lei si era rifiutata di andarsene: 'Non ho mai fatto nulla di male e resterò qui'." "Quando ci fu la liberazione", ricordò la donna, "gliela fecero pagare. Andarono a prenderla a casa, la portarono dentro il municipio e la raparono a zero. La punizione sembrava finita lì e invece il peggio doveva ancora venire. Le misero dei fiori in mano e una coroncina di fiori sulla testa ormai pelata e la costrinsero a camminare per la via centrale di Codevigo, fra un mare di gente che la scherniva e la insultava. Alla 
fine di questo tormento, la spinsero in un viottolo fra i campi. E la uccisero, qualcuno dice con una raffica di mitra, altri pestandola a morte sulla testa con i calci dei fucili" (3). Fu uccisa il 30 Aprile, come testimoniato dal parroco locale. 

Gli ultimi reparti tedeschi lasciarono Codevigo il 29 Aprile, mentre i partigiani arrivarono il 30 Aprile, con già al seguito alcuni prigionieri fascisti di zone vicine (romagnole in primis), con l’intento di operare rastrellamenti per catturare i “repubblichini” rimasti. Una volta individuati venivano assassinati e i corpi venivano seppelliti in fosse comuni o gettati in corsi d’acqua.

“Lo stesso Arrigo Boldrini “Bulow” nei suoi diari (pubblicati nel dopoguerra) ha confermato le esecuzioni, sebbene ne abbia attribuito la responsabilità alla divisione Cremona, un reparto partigiano di stanza anch’esso nella zona di Codevigo, o al caos delle notti. Il 6 maggio ’45 Bulow ha scritto: «Ci giunge notizia che “Cremonini” (della divisione Cremona) e altri partigiani, sollecitati dai rispettivi comandi, danno caccia a fascisti e presunti tali. È molto difficile intervenire a causa dell’asprezza criminale della condotta nazifascista durante il conflitto», e il 10 maggio ha descritto «gruppi autonomi ed incontrollati che agiscono di notte senza rendere conto dell’operato. Occorre ricordare che gli animi sono esasperati; molti partigiani hanno avuto le famiglie massacrate dalle forze nazifasciste». Va specificato che le esecuzioni di Codevigo furono sommarie e ai danni di persone che non erano stati responsabili dei massacri nazifascisti” (4). Tra le vittime quindi sembra non esserci alcun personaggio che si sia distinto nei massacri “nazifascisti” o presunti tali, molti erano braccianti agricoli e operai che avevano aderito alla R.S.I. Si trattò di una vendetta politica e/o personale, servita anche con decenni di ritardo.

Nessuno ha pagato per quel crimine e “i comandi della 28a e del "Cremona" non furono mai soggetti a procedimenti penali poiché i fatti si svolsero al di fuori e contro gli ordini da loro emanati e a loro insaputa” (5). Tesi alquanto controversa e discutibile.

Una certa storiografia, immarcescibilmente faziosa, tende a giustificare tali atti esecrabili tirando in ballo le violenze fasciste effettivamente accadute o presunte, persino quelle durante il cosiddetto “Biennio Rosso” (1919-1920), periodo in cui la nazione italiana stava per collassare a causa di spinte rivoluzionarie di stampo anarco-comunista, paralizzata da migliaia di scioperi e sommosse armate.

Non mancarono episodi raccapriccianti anche in quel periodo, dove si moriva se si gridava “Viva l’Italia”, come capitò allo scout Pierino Del Piano per mano di filobolscevichi (6), che fascista non lo era affatto.  Sempre durante il Biennio Rosso, “il caso del fascista Guido Pallotti, accoltellato in pieno centro a Teramo nel 1920 durante una rissa politica, fu ancora più eclatante: gli imputati vennero assolti nel Dicembre 1923 per l’impossibilità di identificare il vero esecutore. Appare singolare come ferocia, quella di una dittatura che non solo non vendica i suoi martiri uccisi dal nemico prima della presa del potere, ma che li giudica senza forzature giuridiche…mentre dal regime mussoliniano si poteva fuggire: In URSS giunsero circa 650 rifugiati politici tra il 1924 e il 1936” (7). 

Non si vuole certamente equiparare un contesto di pace con uno bellico, nella Repubblica di Salò la repressione fu dura e non esente da efferatezze, ma anche gli stati democratici e ipergarantisti odierni in casi eccezionali e/o di guerra ricorrerebbero alla legge marziale per mantenere l’ordine.   I partigiani e gli Alleati, già consci della vittoria imminente o appena conseguita, non dovevano macchiarsi con simili barbarie. 

In Italia quasi tutta la popolazione, salvo pochissime e coerenti eccezioni, fu collusa col Fascismo, il quale aveva un consenso, mantenuto con metodi poco ortodossi, ma ben lontano dal terrore hitleriano o staliniano, visto che “ci vollero otto anni prima che a Mussolini l’ultimo professore prestasse giuramento; a Hitler bastarono otto settimane” (8).  

Non fu sempre antifascista Arrigo Boldrini, corresponsabile morale dell’eccidio di Codevigo, che militò come “capomanipolo” nelle milizie fasciste negli anni precedenti alla guerra, cosa fatta passare in secondo piano. Dov’era “Bulow” prima dello scoppio della guerra? Come mai non fu incarcerato o esiliato durante il regime? Aderi’ al Partito Comunista solo nel 1943. La sua giovane età (nacque nel 1915) non giustifica del tutto ciò, visto che la storia è piena di giovanissimi eroi morti per i propri ideali, Bobby Sands mori’ in carcere a soli 27 anni. 

Piaccia o no, molti dei partigiani e degli antifascisti, saltati fuori dopo la caduta di Mussolini, furono dei rinnegatori saliti sul carro dei vincitori. “Secondo Renzo De Felice, a fine guerra i partigiani censiti erano un po’ più di trentamila, mettendo in conto anche gli opportunisti dell’ultima ora, arruolatisi a risultato certo con la prospettiva di lavoro, pensioni e onorificenze…gli aderenti alla Repubblica Sociale Italiana, con la certezza di andare incontro alla sconfitta, erano stati oltre ottocentomila di cui buona metà volontari” (9). 

Si può, nonostante ciò, riconoscere ad alcune formazioni partigiane un certo valore e coraggio, spesso vittime loro malgrado di rappresaglie da parte di partigiani iper-politicizzati (perlopiù comunisti). Emblematica fu la strage di Porzus, dove furono massacrati i vertici della Brigata Osoppo, sospettata di collaborare con la Xa MAS e formazioni parafasciste in funzione anticomunista e antislava, di fatti cosi’ si espresse Aldo Moretti, uno dei fondatori della Osoppo:  

“La Grande Slovenia, volevano i partigiani comunisti. Noi volevamo solo combattere per la libertà, non per il comunismo, ed eravamo favorevoli a lasciare ad un referendum dopo la liberazione la scelta sui confini… Bolla, il comandante, alzava la bandiera, bandiera italiana, bandiera con lo stemma sabaudo. Io lo mettevo in guardia: attento, gli dicevo, la vedono i comunisti e i partigiani sloveni, quello stemma a loro ricorda il fascismo, toglila” (10).

Orrenda fu l’esecuzione del giovanissimo Rolando Rivi (14 anni), seminarista, invitato più volte dai genitori a non girare in abito talare per paura di ritorsioni comuniste, a cui fu lasciato un biglietto con la seguente dicitura: "Non cercatelo. Viene un attimo con noi partigiani”.   “Rolando era tornato al paese. Un giorno - 10 aprile 1945 -, dopo aver suonato e cantato alla santa Messa, prese i libri come al solito e si recò a studiare nel boschetto vicino. Fu catturato e rinchiuso in una stalla. Il ragazzo fu spogliato, insultato e seviziato con percosse e cinghiate per ottenere l’ammissione di una improbabile attività spionistica. Ma Rolando – fu accertato al processo penale di qualche anno dopo – non poteva confessare niente, perché le accuse erano totalmente false. Dopo tre giorni di sequestro, con una procedura arbitraria e a insaputa dei capi, il 13 aprile 1945, il ragazzo fu prima barbaramente mutilato e poi assassinato con due colpi di pistola, uno alla tempia sinistra e l’altro al cuore” (11).   

Dimenticanze da parte di chi vive con frustrazione la non riuscita della “rivoluzione proletaria” in Italia, ostile a qualunque tipo di “riconciliazione nazionale” e di accettazione della propria storia.

L’elenco sarebbe molto lungo e ci vorrebbero libri interi per elencare le terribili vicende della guerra civile, in cui sono invischiati entrambi gli schieramenti, ma l’ottusità ipocrita da parte di un certo schieramento politico ed ideologico non è più sopportabile, arrivando persino a boicottare un film che tratta un evento realmente accaduto. Il volere occultare o ridimensionare i propri “scheletri nell’armadio” risulta penoso e irritante per chi esige dalla storia la verità.  








7) Pietro Ferrari, Fascismi: analisi, storie, visioni, 2014 edizioni Radio Spada, pag. 13-14

8) Emil Ludwig, Tre ritratti di dittatori: Hitler, Mussolini, Stalin, 2013 Gingko edizioni, pag. 101. 

9) Pietro Ferrari, Fascismi: analisi, storie, visioni, 2014 edizioni Radio Spada, pag. 57

10) Strage di Purzus, un'ombra cupa sulla resistenza 

mercoledì 11 febbraio 2015

Rimpiangere la Guerra Fredda?

immagine: deviantart.com


Per 46 lunghi anni il mondo ha sperimentato la contrapposizione di due superpotenze a capo di due blocchi di alleanze, rette da sistemi economici e politici opposti, la cosiddetta “Guerra Fredda”.

Un periodo fatto di tensione, distensione e confronto, attraverso fasi da guerra “guerreggiata” (Corea 1950-1953, Vietnam 1960 -1975 e Afghanistan 1979 -1988),  crisi gravissime (blocco di Berlino 1948, missili a Cuba 1962 ed esercitazione Able Archer 1983) in cui si sfiorò anche la guerra nucleare.

Decenni segnati da criticità acutissime, ma che non hanno mai condotto ad un vero e proprio scontro diretto tra le due superpotenze egemoni dell'epoca, USA ed URSS. Non si è arrivati a ciò, nonostante ci si è andati vicinissimi, per una serie di motivi, primo fra tutti l'equilibrio.

Trattando quel periodo, ritorna in mente una celeberrima definizione, ovvero “equilibrio del terrore”, sintesi estrema ed esaustiva della situazione in cui il mondo si ritrovò per diversi anni, ad un passo dall'abisso, ma in realtà trattenuto da una solidissima catena, di fatti mai spezzata, costituita dalla consapevolezza dei contendenti di non poter prevalere sull'avversario. La “mutua distruzione assicurata” non fu mai messa in discussione e lo schieramento militare era ottimizzato in tal senso.

Nonostante lo scenario da incubo, coloro che controllavano gli interessi economici trovarono il modo imporre la distensione e la “coesistenza pacifica”. La collaborazione in campo economico fu la base per appianare le divergenze. Si trovò un modo per superare gli ostacoli dovuti ai differenti sistemi economici, operato dai potentati finanziari e dalle multinazionali, che approfittarono delle falle del sistema statalizzato vigente ad Est, bisognoso di valuta straniera pregiata e tecnologia.

Leonid Breznev, coaloalab.altervista.org
Lo stesso Breznev affermò nel 1972:

"Noi comunisti dobbiamo collaborare insieme con i capitalisti per un po'. Abbiamo bisogno di loro crediti, della loro agricoltura e tecnologia.”

Esempi  lampanti furono gli accordi per il grano (a causa della crisi cerealicola in URSS a metà degli anni 70) e la coproduzione, in cui i regimi dell'Est prestavano manodopera, suolo e strutture, mentre le multinazionali contribuivano con macchinari, tecnologia e brevetti. Una parte della produzione veniva smerciata in vari Paesi del Comecon (1), mentre le multinazionali rivendevano parte di essa in Occidente, incassando notevoli guadagni, dovuti al minor costo della manodopera, più basso fino a dieci volte. In sostanza la medesima strategia attuale, dove le aziende abbandonano i Paesi più progrediti per dislocare verso Paesi in via di sviluppo, con minori costi di produzione. senza gravose tutele sindacali ed ovviamente senza incorre a scioperi da parte delle maestranze. Anche le imprese miste o “joint-venture”  furono emblema della convergenza capitalisti e burocrati dell'Est, in cui tramite sotterfugi normativi si consentiva l'ingresso nella proprietà delle imprese dei capitalisti, in percentuali variabili.

Tale politica ha permesso alla Pepsi di produrre in URSS a Novorossiysk (1974), tanto per fare un esempio, ma la lista sarebbe lunga, per non parlare del comparto elettronico in cui l'apporto della IBM fu determinante. Anche l'Italia (Montedison, Fiat ecc...), fu introdotta in questo sistema simbiotico.
Salvardor Allende, theobservers.net
Le multinazionali hanno da decenni un potere immenso, quando Salvador Allende accusò indirettamente la ITT (2) di contribuire al tentativo di voler rovesciare il suo governo all'assemblea delle Nazioni Unite (3), egli parlava da microfoni prodotti da essa ed i suoi ascoltatori , in un modo o nell'altro, si servivano di prodotti e mezzi della ITT. Gli stessi dirigenti sovietici, solidali sulla carta con Allende, poco prima avevano concluso un accordo commerciale decennale con l'ITT, che operava in URSS già dal 1968 e riforniva addirittura dal 1955 gli aeroporti sovietici di apparecchiature, essenzialmente a Mosca avevano le mani legate e per Allende il destino fu segnato.
Egli accusò l'onnipotenza delle multinazionali che sono al di sopra di ogni autorità statale, discorso vano, visto come andarono poi a finire le cose.  Il coinvolgimento della ITT nel golpe cileno sembra essere stato determinante, visto che la politica di Allende poteva intaccare gli interessi di essa e di altre multinazionali, timorose delle nazionalizzazioni e non a caso poi una volta che si insediò Pinochet affermò:

Augusto Pinochet, history.com
“Il vero nazionalismo non consiste nel rifiutare il capitale straniero”.

Il Vietnam può essere catalogato come un lucroso incidente di percorso, che  poi fu chiuso in maniera discutibile da parte degli USA, dopo anni di combattimenti che hanno riempito le tasche delle industrie di armamenti,  abbandonando il governo fantoccio di Saigon al suo destino, una volta diventato insostenibile dal punto di vista finanziario (ogni aereo perso significava assegni di svariati milioni di dollari per la Lockeed). Per dovere di cronaca si riporta il fatto che Ho Chi Minh, una volta vinto, mantenne e pretese il mantenimento degli accordi stipulati da Saigon in precedenza con colossi del settore per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi. Le multinazionali non perdono mai e nonostante restrizioni di facciata ostacolate dalle grandi industrie (emendamento Jackson-Vanik del 1974) le relazioni commerciali tra i blocchi non si fermarono mai.

Tutto ciò sta a dimostrare che gli interessi economici dei colossi finanziari e industriali dominano la politica da anni e non il contrario, avendo il potere di imporre guerre o distensioni a seconda delle circostanze. Le relazioni economiche tra i due blocchi, quindi tra i magnati occidentali e i burocrati comunisti, iniziarono ben prima della Ostpolitik di Willy Brandt e degli accordi tra Nixon e Breznev (1971), che furono una loro conseguenza.

Gli stati dell'Est dal canto loro operavano in Occidente attraverso imprese controllate da essi, in Italia ad esempio Sovitalmare, Sovitpesca, Ruslegno, Stan , tutte aziende sovietiche (4).

La "comunistizzazione" dell'economia di mercato, auspicio della retorica marxista proclamata a Mosca del capitalismo terminale, non si realizzò e non ci furono "teste di ponte" socialiste in Occidente, ma solo un capitalismo di proprietà comunista, che non bastò a tenere in piedi il sistema sovietico.

In estrema sintesi, se la guerra fredda non si trasformò in un olocausto nucleare è anche perché essa non intaccò i profitti delle élites capitaliste, che trovarono modo di fare lucrosi affari tra i due litiganti (Est-Ovest), avendo quindi l'interesse a non guastare lo status quo il più a lungo possibile.

La traumatica esperienza della Seconda Guerra Mondiale fece in modo che i politici dell'immediato dopoguerra affinassero la loro abilità diplomatica  onde evitare ad ogni costo un conflitto armato e non a caso di guerre in Europa non ne abbiamo visto, malgrado l'altissima tensione. Come già detto in precedenza i potentati economici avevano trovato il modo di guadagnarci e tutto è filato liscio, mentre la superpotenza americana, al massimo della sua forza, reggeva tranquillamente la competizione con l'URSS, dandole la spallata finale negli anni 80 con la politica aggressiva di Ronald Reagan. L'egemonia americana non era messa in discussione e  il Dollaro restava la moneta “mondiale”, ciò ha garantito la pace. Il sistema “Vodka-Cola” ha fatto superare brillantemente le crisi peggiori.

Ben diverso è lo scenario odierno, che qualcuno frettolosamente definisce una nuova guerra fredda. Le condizioni di oggi sono ben diverse rispetto a quelle antecedenti il crollo del Muro di Berlino.

 Nel 2015 ci ritroviamo con l'unica superpotenza superstite in decadenza, falcidiata dalla crisi economica e politica, che ha operato scelte discutibili e si è impantanata in conflitti logoranti sia attraverso l'intervento diretto (Afghanistan, Iraq) sia indiretto (Siria), i quali si sono rivelati un boomerang.

L'emergere della Russia di Putin a nuova antagonista geopolitica, a cui vanno aggiunti i sornioni colossi cinese e indiano, non fa dormire tranquilli a Washington. La politica putiniana sta mettendo in discussione il primato dei potentati economici nella gestione dei settori strategici (ricordiamo l'affare Yukos...), sottomettendo questi ultimi agli interessi nazionali, una inversione di tendenza che sta mettendo in allarme Wall Street e la City di Londra, veri ispiratori della politica di Barack Obama. A Mosca non si guarda solo alla Borsa, ma anche all'interesse della nazione e del popolo.
Putin sta crescendo in popolarità ed è ricevuto da Paesi di mezzo mondo come interlocutore credibile, mentre una sterile propaganda occidentale lo dipinge falsamente come isolato.

La Russia odierna, come l'URSS e l'Impero Russo in passato, è custode di quel “cuore del mondo” che il celeberrimo studioso geopolitico Mackinder collocò nel centro del continente asiatico e nella Siberia. Un'immensa distesa di foreste e steppe ricchissima di risorse naturali, ancora oggi poco sfruttata. Secondo Mackinder chi controlla quella parte del mondo controlla tutto il resto.

Gli USA, in crisi, hanno bisogno per reggere alle sfide future delle risorse dell'Asia centrale, mettendovi mano attraverso le onnipotenti multinazionali che reggono la loro economia, le quali non vedono l'ora di sfruttare la Siberia per ricavare profitti inimmaginabili per decenni.
Gli Stati Uniti attuali non sono più garanti di equilibrio, perché sono sull'orlo del collasso, il Dollaro è messo in discussione nel suo ruolo primario nelle transazioni internazionali.

Un atteggiamento aggressivo si evince non solo di fronte ai nemici “tradizionali” (Iran, Siria, Corea del Nord) , ma anche con gli alleati. La UE (Germania) e l'Euro, seppur inseriti nel contesto economico occidentale dominato dagli USA, vengono in qualche misura percepiti come minaccia.

Emmanuel Todd, les-crises.fr
Lo storico e sociologo  francese Emmanuel Todd (5) è arrivato a formulare la tesi secondo la quale la guerra in Ucraina in realtà sia fatta in funzione antitedesca. Berlino controlla l'Europa e in Ucraina vi è uno scontro tra interessi teutonici e russi. In buona sostanza la crisi ucraina serve a mettere i bastoni tra le ruote alla UE (Germania) e a riprendere il controllo degli “alleati” diventati un po' troppo indipendenti e potenti. La creazione del focolaio in Ucraina serve per erigere un'altra “cortina di ferro”, necessaria per compattare l'Europa agli ordini di Washington. In effetti la cancelliera Merkel è l'interlocutore principale di Putin, sembra abbastanza chiara la posizione di comparsa del presidente francese Hollande (arrivato a ripetere a pappagallo l'opzione bellica cara ai falchi americani),  mentre l'apparato ufficiale della UE (Mogherini e Tusk) rilascia perlopiù dichiarazioni a mezzo stampa, il suo peso specifico è palesemente limitato.

A Washington si preme per la guerra, mentre la Merkel ha dichiarato la sua contrarietà all'invio di armi a Kiev (6). Una divergenza di vedute che sottolinea il nervosismo della Casa Bianca.
La finanza internazionale (leggasi anche multinazionali) attraverso l'azione di George Soros evidenzia una scelta bellicosa, non in grado di placare la sua sete attualmente, quindi invece di imporre la distensione, come ai tempi della guerra fredda, farà l'esatto opposto.

Questo scenario si presenta decisamente più pericoloso rispetto a quello della Guerra Fredda, perché molto più instabile. La superpotenza di oggi non è quella di prima, la sua classe dirigente è decisamente di livello inferiore rispetto a quella del confronto con l'URSS, la sua economia boccheggia e gli alleati Europei attraverso la UE e l'Euro potrebbero sganciarsi dalla tutela americana, non più necessaria essendo crollato il Muro.

Il declino e l'eventuale implosione degli USA potrebbero non avvenire pacificamente come avvenne con l'Unione Sovietica. I segnali che arrivano sono preoccupanti e non resta che confidare nelle abilità strategiche e diplomatiche di Putin e nell'autorità e nella lungimiranza di Angela Merkel.

Immaginate se si presentasse una crisi spaventosa come quella dei missili di Cuba del 1962 oggi, con gli USA in crisi di nervi e con l'acqua alla gola, diretti da Barack Obama e con uno stuolo di “diplomatici” come John McCain, aggiungete i magnati come Soros e il quadro diventa ben peggiore di quello di 50 anni fa. Roba da far rimpiangere i tempi di Kennedy, Kissinger e Nixon.

Adesso è il tempo dello "squilibrio del terrore", forse è meglio non pensarci.

Riferimenti:

1) L'organizzazione di cooperazione economica operante dal 1949 al 1991 in Europa Orientale. Aggregava anche alcuni Paesi socialisti extraeuropei.

2) ITT Corporation Wikipedia

3) Discorso di Salvador Allende all'ONU 1972

4) La connection con il Cremlino 

5) Storico e antropologo francese, nel 1976 profetizzò il crollo dell'URSS, nel 2003 pubblicò il libro “Dopo l'Impero, la dissoluzione del sistema americano”, in cui preconizza, in base a vari studi di diverse discipline, l'implosione degli USA.

6) Discrimine tra Obama e Merkel

martedì 20 gennaio 2015

Donbass: Tra guerra e possibili soluzioni

Poroshenko in posa con armi pesanti, foto: tuoitrenews.vn


Kiev rompe gli indugi e lancia un attacco massiccio nel Donbass, usando artiglieria pesante.

Le truppe ucraine, rinvigorite dalla tregua, possono sferrare un attacco decisivo (lo sperano a Kiev) per riappropriarsi delle zone ribelli, visto che “il presidente ucraino Petro Poroshenko ha emesso un decreto per mobilitare 50.000 militari sul fronte in Ucraina orientale” (1), ricercati tra uomini e donne tra i 25 e i 60 anni, preferibilmente con esperienza militare.

Ciò era inevitabile, è sempre stata palese l'intenzione del governo ucraino circa il sud-est del Paese, che deve necessariamente tornare sotto il pieno controllo di Kiev. I motivi sono ben chiari, visto che si tratta di una parte di quell'Est dell'Ucraina ricca di risorse e impianti industriali, oltre a quelli scontati del “prestigio” e dell'integrità territoriali, già compromessi a causa dalla perdita della Crimea, considerata terra occupata (si fa per dire, visto che la Crimea fu donata nel 1954 alla repubblica sovietica ucraina da un presumibilmente alticcio Kruscev per motivi essenzialmente economici).

Sui motivi per cui si è arrivati a questa situazione in Ucraina si è scritto molto, le ovvie e lampanti ingerenze straniere negli ultimi anni non sono le uniche motivazioni esistenti . La questione del Donbass è legata anche alla disastrosa situazione economica della nazione. Altri Paesi contesi tra l'influenza dell'Occidente e della Russia non hanno vissuto le drammatiche conseguenze dell'ex-granaio sovietico.

Un Paese in bancarotta e falcidiato dalla corruzione, tenuto in piedi da prestiti internazionali, sarebbe un peso non indifferente per qualunque organizzazione sovranazionale che decidesse di accoglierlo al suo interno nel breve periodo.

Per riprendersi non può rinunciare alle risorse minerarie e industriali del bacino del Donec, sarebbe come se gli USA rinunciassero alla Silicon Valley della California. Il deterioramento dei rapporti con Mosca, la cui ripercussione economica è pesantissima, spinge Kiev a reazioni poco ponderate, ma nella migliore delle ipotesi si ritroverà a dover accettare la concessione di larga autonomia per la regione in questione, il che significherà un serio ostacolo per la completa integrazione ucraina con la UE, rigettata dai filorussi, ostili anche alla NATO.

Gli indipendentisti filorussi sono la spina nel fianco per Poroshenko, rappresentano un impedimento per la realizzazione dei suoi disegni, che nella peggiore ipotesi mirano a provocare una reazione bellica ufficiale della Russia a difesa della minoranza russofona, oramai tradita dal governo centrale per via dei bombardamenti, eventualità che darebbe il pretesto alla NATO per intervenire ed addossare la colpa a Putin, responsabile di voler conquistare l'Ucraina e magari mezza Europa, come sostengono i russofobi più isterici (vedasi Polonia e Lituania).

La mobilitazione militare di queste ultime ore è un segnale di nervosismo, il governo ucraino non ha una soluzione e non è di certo pensabile l'espulsione dei russi della regione (probabilmente l'unica eventualità che consentirebbe di realizzare la soluzione più congeniale per Poroshenko e per i nazionalisti più intransigenti). Non si vuole arrivare ad un accordo permanente che in ogni caso comporterebbe rinunce per Kiev.

Il mantenimento del conflitto è utile per far arrivare aiuti da parte della UE e dagli USA, interessati a ridurre l'influenza russa ad est, di fatti “il presidente ucraino Petro Poroshenko ha respinto un piano di pace proposto a lui la scorsa settimana dal suo omologo russo Vladimir Putin” (2).

L'avvio dell'offensiva massiccia ha bisogno della consulenza straniera, visto che l'esercito e i paramilitari non sono riusciti ad avere la meglio sui separatisti russi, ufficiosamente sostenuti da Mosca, non è un caso che “ Vladislav Seleznyov, portavoce dello stato maggiore delle forze armate ucraine, ha detto lunedi che la delegazione guidata dal comandante dell'esercito USA in Europa Ten. Gen. Frederick Ben Hodges arriverà nel Paese entro questa settimana” (3).

Generale Hodges, foto: wikimedia.org
Frederick Ben Hodges è il comandante dell'“Allied Land Command” che “funge da consulente principale per l'Alleanza, offrendo le proprie competenze a sostegno delle forze di terra della NATO” (4). Una visita non di rappresentanza, ma palesemente operativa per dare manforte all'attacco ucraino, dato che nel Donbass è in atto una guerra prettamente terrestre fino adesso. Le ingerenze americane sono conclamate e non vengono più nascoste.

La sovranità ucraina è stata erosa in maniera paurosa, visto che il suo governo presenta ministri anche stranieri, ufficialmente per varare un governo di “rottura” vicino all'Occidente e per allontanarsi dall'endemica corruzione della classe dirigente ucraina. E' evidente invece un diktat su cui aleggia l'ombra di un noto sostenitore delle “rivoluzioni colorate”, visto che “il Presidente Poroshenko ci è riuscito scavalcando le usuali procedure e concedendo la cittadinanza ucraina, qualche giorno prima del voto, a  Aivaras Abromavicius, Natalie Jaresko e Aleksandre Kvitashvili, decisione, secondo alcune indiscrezioni dettata da Soros”(5).

George Soros, foto: Wikipedia
George Soros ha sempre dichiarato pubblicamente che ha avuto un ruolo determinante nei fatti in Ucraina ed esercita pressioni affinché sia l'Europa “a sborsare 50 miliardi di dollari di aiuti per sostenere l'Ucraina”(6) ed infatti è stato accolto con tutti gli onori la scorsa settimana.

L'Europa cosa fa? Approva una risoluzione che “condanna fermamente la politica aggressiva ed espansionistica della Russia, che costituisce una minaccia per l'unità e l'indipendenza dell'Ucraina e pone una potenziale minaccia per la stessa Unione europea, segnatamente l'annessione illegale della Crimea e la conduzione di una guerra ibrida non dichiarata contro l'Ucraina, ivi compresa una guerra informatica che combina elementi di ciberguerra, uso di forze regolari e irregolari, propaganda, pressioni economiche, ricatto energetico e destabilizzazione diplomatica e politica; sottolinea che queste azioni violano il diritto internazionale e costituiscono una grave minaccia alla situazione della sicurezza in Europa; sottolinea che non vi è giustificazione per l'uso della forza militare in Europa a difesa di cosiddette ragioni storiche e di sicurezza o per la protezione di sedicenti «compatrioti che vivono all'estero»; esorta Mosca a cessare di aggravare la situazione ponendo immediatamente fine al flusso di armi, di mercenari e di soldati in appoggio alle milizie separatiste e a esercitare la sua influenza sui separatisti per persuaderli a partecipare al processo politico...chiede il proseguimento dell'attuale regime di sanzioni imposto dall'UE, in particolare in vista della prossima riunione del Consiglio del marzo 2015, finché la Russia non rispetterà pienamente e soprattutto non metterà in atto gli obblighi assunti a Minsk” (7).

Si condanna fortemente la Russia e si va avanti con le sanzioni, mentre il governo di Kiev sconsideratamente aumenta le ostilità, le cui prime vittime sono i civili e persino strutture ospedaliere. In questo clima quale dialogo inclusivo auspicato dal Protocollo di Minsk si può sostenere?

Per l'Ucraina sembrano prospettarsi due strade ragionevolmente percorribili, la prima, decisamente tortuosa, è quella di un Ucraina all'interno della UE e della NATO senza il Donbass secessionista, la seconda è quella di un Ucraina neutrale che funga da cerniera tra UE e Russia (Unione Euroasiatica), con la concessione di una larga autonomia al Donbass stesso.

La via percorsa invece da Kiev fino adesso è quella dell'incosciente intransigenza, con la ripresa del controllo sull'Est dell'Ucraina contestualmente  all'assoggettamento forzato alle politiche liberali e occidentali della regione, senza alcuna considerazione per la minoranza russa.

Una via non percorribile, perché sta conducendo al massacro di migliaia di civili, miliziani russi e soldati ucraini.

La soluzione “cerniera” è quella più auspicabile, pur non accontentando a pieno le due parti in causa, che devono necessariamente rinunciare a qualcosa.  Sarà la scelta politicamente più elaborata da attuare, ma urge fermare il bagno di sangue e la politica, se non vuole essere responsabile di ulteriori eccidi, deve assecondare la sua natura di “arte del compromesso”.

Riferimenti:

1) Ukraine Today

2) Reuters

3) Press TV

4) Allied Land Command

5) Avanti Quotidiano

6) CNN Money

7) Parlamento Europeo

martedì 13 gennaio 2015

Ipocrisia Occidentale

Immagine: tvforum.co.uk
In questi giorni si fa un gran parlare di libertà di stampa e di censura. Tutti si ergono a paladini per la difesa della libertà di opinione, ma evidentemente questa libertà deve essere a senso unico.

Il giornalista della BBC Tim Willocox è stato oggetto di numerose proteste che chiedono a gran voce le sue dimissioni.

Durante un servizio sulla marcia di Parigi, è intervenuta in una intervista una donna figlia di genitori sopravvissuti all'Olocausto (partecipante alla manifestazione) che ha parlato di persecuzioni agli ebrei, dicendo la frase " la situazione sta tornado come ai giorni negli anni 30 in Europa".


Tim Willocox ha replicato in questi termini:

"Molti critici della politica di Israele suggeriscono che i palestinesi soffrono enormemente per mano ebraica"

Immagine da Twitter
Una frase coraggiosa, che rispecchia effettivamente una realtà di fatto in Medio Oriente, ma ciò sta suscitando fortissime proteste con richieste di dimissioni, che hanno costretto il giornalista a chiedere scusa su Twitter.


Perché tale reazione? Si può non essere d'accordo con il giornalista, che ha solo riportato ciò che dicono numerosi attivisti e numerosi rapporti ONU, ma chiedere le dimissioni non è forse ipocrita per chi intende difendere la libertà di stampa?

Il Presidente turco ha accusato Recep Tayyip Erdogan ha accusato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu per la partecipazione alla manifestazione in Francia:

Foto: chitinews.com
"Fatico a capire come Netanyahu abbia osato andarci. Per una volta, dai conto dei bambini e delle donne che hai massacrato... Come si può guardare quest'uomo, che fa terrorismo di stato massacrando 2500 persone a Gaza, agitare la mano?...Agita la lano come se la gente lo voglia accogliere con entusiasmo".

Parole dure, che effettivamente non fanno che affermare ciò che il giornalista ha voluto sottolineare impavidamente e che ora è bersagliato per questo.

Alla marcia a Parigi c'era anche Poroshenko, ma tutti hanno dimenticato la strage di Odessa del 2 Maggio 2014? Perché non hanno marciato anche per essa?

Dove crede di andare l'Occidente con questo atteggiamento da due pesi e due misure? Quale credibilità possono avere i suoi dirigenti se avallano simili ipocrisie? La giustizia non è uguale per tutti gli uomini?

Non si può essere non essere solidali con Tim Willcox, bisogna avere il coraggio di esprimersi per la verità e coloro che ipocritamente chiedono le sue dimissioni dovrebbero farsi un esame di coscienza.

Fonti:

dailymail.co.uk

askanews.it

Video: You Tube









lunedì 12 gennaio 2015

L'Occidente e l'Islam devono guardarsi allo specchio


I drammatici eventi di Parigi hanno indotto il mondo a riflettere, non solo la Francia “vittima” di quest'ultima barbarie. Il mondo, ma soprattutto l'Occidente e l'Islam, devono interrogarsi per capire in che direzione stanno andando.

Ora è possibile fare un'analisi più sobria degli eventi, perché farlo durante di essi può inficiare l'obiettività dell'analisi, l'emozione potrebbe prendere il sopravvento, di fatti in Europa si assiste ad una recrudescenza di un fenomeno che distorce la storia, come quella delle Crociate. Esse furono fatte in altri contesti storici e per motivi molto diversi da quelli che animano adesso la reazione di molti europei .

L'Occidente si è sentito attaccato al cuore e ciò è vero, ma questo “cuore” in cosa consiste? Nella Cristianità medioevale che armi in pugno decise di proteggersi effettivamente dalle aggressioni islamiche? Nessuno che non sia deformato nel pensiero potrebbe pensare ciò, di fatti tutti i capi di stato d'Europa parlano coerentemente di attacco alla “libertà” (di stampa in questo caso).

Un concetto che ha condotto la rivista Charlie Hebdo a fare vignette che con la satira hanno ben poco a che fare, non vi è sarcasmo né caricatura alcuna nell'offesa sacrilega nei confronti di religioni professate da miliardi di persone, toccate in ciò che hanno di più caro, non è possibile dimenticare le vignette oscene nei confronti della Santissima Trinità e la Sacra Famiglia, ma neanche quelle nei confronti di Maometto.

A cosa serve una simile “satira”? Davvero tutti possiamo definirci con la frase “je suis Charlie Hebdo”? Oppure il buon senso dovrebbe farci riflettere?

La seconda riflessione è quella da seguire, perché condannare la bestiale uccisione di uomini disarmati non obbliga a difendere a spada tratta ciò che hanno fatto essi. Il fondamentalismo “islamico” si sta contrapponendo ad un altro fondamentalismo, quello di natura “giacobina”, che impugna il concetto di “libertà” per elevare l'uomo al di sopra di essa, in cui egli è libero di fare tutto e di dire tutto, tranne ostacolare questo stesso principio, permettendosi di dissacrare ciò che gli è effettivamente superiore, a prescindere dalle varie interpretazioni religiose.

Non si intende discutere in questa sede la natura dell'attacco terroristico, viste le ipotesi che circolano e le effettive ombre che aleggiano su di esso, occorre però ribadire che lo stesso Occidente alimenta e fomenta il terrorismo islamico in Siria, Iraq e Africa e lo stesso presidente siriano Bashar Al Assad ha messo in guardia il vecchio continente dicendo già nel Giugno 2013 che “se gli europei consegnano armi, il cortile dell'Europa si trasformerà in un terreno propizio al terrorismo e l'Europa ne pagherà il prezzo” (1).

Non si possono chiamare “ribelli” quelli che combattono in Siria e terroristi quelli che commettono certe abiette azioni in Europa, perché si tratta delle medesime persone e/o degli stessi propositi. Oggi più che mai ne abbiamo avuto dimostrazione concreta. E' opportuno sottolineare una certa ipocrisia della classe dirigente europea, che ci chiama alla coesione quando si sente minacciata nei suoi “valori” fondanti, mentre sorvola malamente su altre tragedie e uccisioni efferate, come ad esempio quelle di Odessa del 2 Maggio 2014.

Al di là delle effettive colpe occidentali, non si può nemmeno sorvolare sul fatto che negli ambienti islamici il fondamentalismo trovi terreno fertile, visto che il generale egiziano Abdel Fattah Al-Sisi, parlando dinanzi ai vertici religiosi dell’Università al-Azhar al Cairo, si è chiesto se sia possibile che “la religione islamica venga percepita come fonte di ansia, pericolo, morte e distruzione da parte del resto del mondo” e “che la sicurezza possa essere raggiunta solo eliminando gli altri sette miliardi di abitanti del mondo” (2).

Una coraggiosa analisi quella di Al-Sisi, che purtroppo non è stata adeguatamente riportata dai mezzi di comunicazione di massa, è doveroso inoltre ricordare le proteste delle cancellerie di mezze mondo contro Benedetto XVI, quando il 12 Settembre 2006 tenne un discorso storico all'università di Ratisbona su Fede e Ragione, in cui si chiari' molto sull'Islam, con ovvie e veementi proteste anche tra i musulmani.

Bashar Al Assad ed Al-Sisi ci offrono spunti interessanti, che inducono l'Occidente e l'Islam a fare “mea culpa”, pur riconoscendo all'interno di essi nuclei sani con cui è possibile coesistere, ricordiamo ad esempio Hezbollah che accolse Benedetto XVI in Medio Oriente e che oggi condanna senza mezze misure gli attentati in Francia (3), mentre una cospicua parte di europei, pur esprimendo solidarietà alle vittime, non se la sentono di dire “je suis Charlie”, comprendendo che in Occidente ci sono mali che alimentano l'avversione da parte dei musulmani.

Su questo punto possiamo riprendere sempre  Benedetto XVI, con il discorso pronunciato il 10 Settembre 2006 nell'omelia per la Santa Messa a Monaco di Baviera:

“Le popolazioni dell'Africa e dell'Asia ammirano, sì, le prestazioni tecniche dell’Occidente e la nostra scienza, ma si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell'uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da insegnare anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l'utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l’altro è cosa sacra.” (4).

Un riassunto davvero eloquente per aiutare a comprendere le motivazioni delle frizioni tra l'Occidente e l' Islam, in cui il primo, oltre a perseguire politiche estere errate, si lascia andare ad aberrazioni incredibili in nome di un concetto distorto di libertà, da un lato si opera in tutti i modi per non “offendere” gli islamici, togliendo i Crocifissi dai luoghi pubblici ad esempio, mentre dall'altro si consentono le pubblicazioni blasfeme su Maometto.

Come non ricordare poi i clamorosi arresti alla “Manif pour tous”, manifestazione in difesa della famiglia tradizionale? La libertà vale solo per alcuni?

Un comportamento “schizofrenico” che si è impadronito dell'Occidente, che nuoce in tutto e per tutto alla stabilità di quello che un tempo fu il faro della civiltà per il mondo.

Riferimenti:

1) Siria, Assad: "L'Europa pagherà per armi ai ribelli"

2) Al-Sisi, scossa ad Al-Azhar

3) Hezbollah condanna gli attentatori parigini

4) vatican.va

Immagine di copertina: sconfinare.net

Foto in alto: telegraph.co.uk

Foto al centro: time.com

Foto in basso: tempi.it

lunedì 5 gennaio 2015

La Russia tende ancora la mano alla UE

Proprio cosi', la Russia, nonostante l'inaudito comportamento dei vertici politici della UE, continua a tendere la mano a Bruxelles e di riflesso ai singoli stati membri dell'Unione Europea.

Lo fa attraverso Vladimir Chizhov, ambasciatore russo presso la UE, il quale ha dichiarato:

"La nostra idea è quella di avviare contatti ufficiali tra l'UE e l'Unione Eurasiatica il più presto possibile. La cancelliera Angela Merkel ha parlato di questo non molto tempo fa. Le sanzioni dell'Unione Europea alla Russia non sono un ostacolo. Penso che il buon senso ci consiglia di vagliare la possibilità di creare uno spazio economico comune della regione eurasiatica, compresi i paesi principali del partenariato orientale. Potremmo pensare a una zona di libero scambio che comprende tutte le parti interessate in Eurasia".

Egli ha anche affermato che l'Unione Eurasiatica rappresenta un partner decisamente migliore per l'Unione Europea rispetto agli Stati Uniti, mentre ha minimizzato anche gli attriti con la Bielorussia e il Kazakhstan.

La Bielorussia in particolare, che tende per adesso a non esporsi troppo nelle frizioni russo-occidentali, "rimane un partner di fiducia, con i quali condividiamo un patrimonio comune storico, culturale e linguistico, un vivace commercio e vivaci relazioni economiche, nonché molti altri legami”.

L'attuale debolezza del rublo, il prezzo del petrolio caduto a livelli impensabili per Mosca, non danneggeranno il progetto eurasiatico, secondo il diplomatico.

Non poteva mancare ovviamente una reazione dall'altra parte della barricata, ovvero quella  USA, palesata attraverso Steven Pifer, ex ambasciatore americano in Ucraina ed esperto della Brookings Institution, organizzazione no-profit per la promozione delle relazioni internazionali e la democrazia (1). Egli addita la nuova realtà economica eurasiatica come tentacolo per controllare i paesi vicini a Mosca, in parole povere una riedizione dell'Unione Sovietica, simile però all'attuale Unione Europea. Prende spunto dalla Lituania, per placare le preoccupazioni di certuni evidentemente, sottolineando la scelta di quest'ultima di aderire all'Euro, andando in direzione opposta a quella auspicata dalla Russia.

Non ci si può aspettare di certo la condivisione della proposta russa da parte americana, interessata a far recidere (o quantomeno a far raffreddare) i rapporti tra Bruxelles e Mosca.

La speranza ancora non si è affievolita per vedere di nuovo una vera pace tra Europa e Russia, la possibile e fruttuosa collaborazione politica ed economica, il tutto rappresentante la naturale tendenza nel vecchio continente, ovvero l'integrazione con la Russia, agognata da secoli.

Un'utopia sembra per adesso, ma la consapevolezza che essa sarà il compimento del comune destino per gli europei occidentali ed i russi non potrà essere di certo soppressa a causa di incidenti di percorso.

Fonti:

Euobserver

Boston NPR

Riferimenti:

1) About Brookings

Immagine in alto: gettyimages.com

Foto al centro: russianmission.eu

Foto in basso: brookings.edu

venerdì 2 gennaio 2015

Segnali di disgelo al 38° parallelo

Confine tra le due Coree presso Panmunjom

Dalla tormentata penisola coreana sembrano venire segnali incoraggianti, di questi tempi ce ne vogliono, vista la situazione in altre parti del mondo, Ucraina in testa.

Il primo ministro Chung Hong-won nel messaggio di Capodanno ha affermato che il governo si sforzerà per risolvere il rapporto conflittuale tra le due Coree ed apre uno spiraglio per il dialogo:


“Quest'anno si deve stabilire una pace duratura nella penisola coreana e bisogna fare un passo avanti verso l'unificazione".

Affermazioni importanti, che arrivano postume a quelle fatte dalla guida politica nordcoreana Kim Jong Un, che evidentemente non si è fatto distrarre troppo dalle vicende del film satirico USA “The Interview”. Egli ha sostenuto nel messaggio di fine anno che non vi sono motivi per cui non collaborare al dialogo con Seul:

“Occorre stabilire una clima favorevole per migliorare le relazioni tra il nord e il sud...E' straziante vedere la nostra nazione divisa a causa di forze straniere ed è più intollerabile vedere gettare fango e ostilità verso l'altro...E 'giunto il momento di porre fine a ciò che porta nulla di buono per entrambe le parti che dovrebbero astenersi dal fare qualsiasi cosa dannosa per l'unità nazionale e la riconciliazione...Le autorità sudcoreane devono interrompere il confronto spericolato con i loro compatrioti del nord e scegliere di promuovere le relazioni inter-coreane, in risposta alla chiamata della nazione per l'indipendenza, la democrazia e la riunificazione nazionale. Daremo la mano a chiunque sceglie di dare la priorità alla nazione e si augura la sua riunificazione, a prescindere dal suo passato, continuando a lottare per migliorare le relazioni inter-coreane”.

Dai vertici delle due Coree si sta palesando una volontà di riavvicinamento che prelude addirittura ad una possibile ed agognata riunificazione, ma purtroppo non sono solo due le parti in causa, visto che la Corea del Sud è vincolata da un'alleanza pesante con gli USA, bisognosi di un clima teso per poter mantenere l'egemonia nella regione in funzione anticinese.


Il percorso è ancora lungo e fin quando la Corea del Sud non riacquisterà una piena sovranità il sogno di una Corea unita resterà tale, ma già in passato sono arrivati segnali incoraggianti da Seul, ostile all'applicazione di sanzioni alla Russia imposte dagli USA (1).


Foto  centrale: elsegmento.com

Foto in basso : borgenmagazine.com